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La nuova sfida di Zeman: ritorno al passato nell'Est
Il ricordo di chi l'ha conosciuto agli esordi della sua carriera
È incredibile come tutto può avvenire per caso. Anche se uno dei tormentoni del film su Giulio Andreotti "Il Divo" è che il Senatore a vita non crede al caso.
Eppure qualche giorno fa in preda alla fame mi sono portato in pizzeria ad ora di pranzo.
L'unico giornale disponibile era la Gazzetta dello Sport. Nonostante fosse il giorno dopo la vittoria dell'Italia con la Francia. Da ex cronista sportivo la sfoglio, mi soffermo sulle pagine dell'Italia e poi l'occhio mi cade su una notizia senza precedenti. Zdnek Zeman, uno degli allenatori più controversi del nostro calcio, per la prima volta nella sua vita aveva firmato un contratto per 2 anni con la Stella Rossa di Belgrado. Non lo aveva mai fatto in tutta la sua vita. Questo cecoslovacco tutto d'un pezzo tornava nell'Est d'Europa ed accettava una nuova sfida. Lontano dai dibattiti sugli arbitri e sul doping.
Ho conosciuto Zeman quando ero ancora un ragazzino che scriveva di calcio sui quotidiani regionali e faceva le radiocronache. L'incontro era avvenuto a Licata tantissimi anni fa, circa 24. Non gli stavo particolarmente antipatico ma non riusciva, lui, a capacitarsi come non apprezzavamo il suo calcio, fatto di vittorie eclatanti o di sconfitte memorabili.
E così sia in radio che sul giornale dicevo o scrivevo qualcosa che non sempre lo trovava d'accordo. Un giorno dopo l'allenamento andai per intervistarlo e mi disse: "stasera ti invito a mangiare una pizza. Dobbiamo parlare di calcio". Accettai di buon grado l'invito. Anche se pensavo si trattasse di un vero e proprio esame sul calcio. Mi sentivo impreparato. Lui venne con un libro in mano, che mi regalò e che conservo gelosamente, in cui c'erano argute spiegazioni sul calcio a zona.
Lui parlò poco quella sera, ma riuscì a conquistarmi. Nessuno a Licata nell'ultima piazza calcistica immaginabile capiva e comprendeva fino in fondo il valore dell'uomo, i suoi principi, i suoi valori, il suo stile, la sua professionalità.
Mi sentivo privilegiato per il fatto che in un italiano molto discutibile mi aveva detto:"tu scrivi bene, ma per scrivere di calcio devi imparare tutto il calcio".
Erano i tempi del palla al piede e pedalare, della difesa a tutti i costi. E Zeman invece preparava i suoi in maniera impeccabile. Nel 1985 con Gaetano Cellura, collaboratore come me di un mensile locale, decidemmo di pubblicare un librino su Zeman. Era uscito da poco "L'Anno di Craxi" con le sue gesta. Noi ci ispirammo a quel leader politico e facemmo stampare da una tipografia "L'Anno di Zeman- Soddisfazioni e delusioni del personaggio del momento". Riuscimmo a venderne 4000 copie facendo anche il porta a porta. Ma in quel librino di 30 pagine c'era uno Zeman mai visto e mai sentito. Leggendo l'annuncio de La Gazzetta dello Sport del suo ritorno nell'Est, a Belgrado sono andato a riprendere l'intervista che gli avevo fatto e che è pubblicata nel libro. Ricordo l'imbarazzo quando gli chiesi di commentare il regime politico del suo paese.
"Non posso farlo...Se dico qualcosa...La differenza tra l'italia e la Cecoslovacchia? Beh qua c'è il sole (e ride)...Si, è vero che indietro non si può tornare ma quando ero piccolo ero felice, cose brutte non me ne sono successe. Mio padre è medico e abbiamo sempre vissuto con un certa agiatezza: la povertà non l'ho mai conosciuta".
Zeman si era trasferito in Italia, grazie a Cesto Vicpalek,allora alla Juventus, nel 1969.
Provammo nel libro a descrivere il contesto da dove Zeman era partito. Ci sforzammo tanto con Gaetano Cellura. E forse ci riuscimmo: Quando Zeman si trasferisce in Italia è trascorso un anno dall'invasione dei carri armati sovietici. Il 1968, un anno importante per la storia della Cecoslovacchia. E l'anno della Primavera di Praga. A Praga per qualche mese, si vive un sogno caduco di speranza. Il sogno di Dubcek e del socialismo dal volto umano. È un sogno giovane, un sogno di cambiamento e di condizioni umane migliori. Il maggio francese e la rivoluzione giovanile europea scuotono le fondamenta della vecchia Europa. "Nessun restauro. La struttura è marcia. Corri compagno il vecchio è dietro di te. La cultura è come la marmellata:meno ce n'è e più la si spalma. Non prendete l'ascensore prendete il potere. A Praga non ci si sognò di portare l'immaginazione al potere: ci si limitò a ritenere possibile di portarvi la speranza. Una speranza che andò delusa, soffocata sul nascere dai carri armati sovietici. Era questo il clima quando Zeman arrivo in Italia.E dopo 15 anni era ancora difficile stanarlo.
Senza sapere chi sarebbe diventato, azzardai una domanda a cui Zeman rispose nel suo stile inconfondibile. Gli chiesi: ma il calcio è anche politica?
"Si, spesso il calcio diventa politica. C'è la tendenza oggi a politicizzare tutto, quasi un'invasione del politico in tutti i campi. Il voto è segreto, non posso dirvi per quale partito voto, Posso solo dirvi che in Italia non ci sono partiti che mi attirino. Provo simpatia solo per Pertini, per la sua personalità, per la fiducia che ispira".
Non contento provai ad insistere: Nella vita contano di più, le soddisfazioni o conta il denaro? " Contano di più le soddisfazioni! - replica il ceko senza dubbio alcuno - Il denaro è importante, ma quando c'è la salute, c'èda mangiare, c'è tutto".
Era il 1985. Chissà se oggi. Zeman conferemerebbe queste risposte. Avendo conosciuto un po' da vicino diremmo proprio di si. Ecco perchè Zdnek è tornato nell'Est.