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Ogni tanto bisogna fermarsi e aspettare che le linee di congiunzione si congiungano

Un anno dopo l'uccisione di Enzo Baldoni

Mi ha fatto davvero una strana sensazione vedere la porta della casa della moglie di Enzo Baldoni, Giusy, chiusa, anzi serrata. Dalle scale si vede un grande lenzuolo bianco che non permette da fuori di vedere attraverso una grande vetrata. Lì, in corso Roma 20, lo scorso anno Giusy, insieme ai due figli, il 26 di agosto proprio in quella casa, assediata dai cronisti ha saputo la notizia, che Enzo Baldoni è stato ucciso.

Durante le ferie ci incontravamo davanti al portone o sulle scale, e si sprecavano i sorrisi.

Quest'anno, nell'estate 2005, nessun sorriso, nessun racconto.

Il ricordo di Enzo è chiuso in una frase che la moglie mi ha spedito in risposta ad una mia lettera. Era un pensiero in libertà che aveva scritto e che difficilmente si dimentica: "Il futuro è una serie di linee di congiunzione in formazione. Noi non le vediamo, ma sono là, come nuvole spinte da venti capricciosi o sapienti, e la nostra strada, senza che noi lo sospettiamo, sta per congiungersi con altre, con le strade di dieci, di cento, di mille altre persone, e il gomitolo delle linee di congiunzione formerà le nostre vite, i nostri destini. Ogni tanto bisogna fermarsi, respirare con calma, rilassarsi e aspettare che le linee di congiunzione si congiungano". Enzo ci ha lasciato tante cose scritte bene, ci ha lasciato i suoi racconti. Ci ha fatto sorridere e capire, come fa nel suo libro "Piombo e tenerezza" (I libri di Diario pagine 190) dove tornando dalla Colombia nell'estate del 2001 in punta di penna, rilancia: "mi sto lasciando un altro pezzo di vita alle spalle, e anche questo va bene così. L'ho vissuto intensamente. Niente rimpianti, me ne vado più ricco".

Sembrava quasi di sentire le parole lette dalla moglie Giusy davanti un bassorilievo che c'è nel portone di Corso Roma. Poche frasi, pronunciate con grande dignità davanti alle telecamere, con cui c'era una strana, aspra contraddizione: la morte di Enzo, ma la vita fotografata in ogni suo gesto.

Enzo è stato ucciso da pacifista. È morto ucciso da terroristi che gli hanno forse fatto pagare di essere italiano. Ed è una assurda coincidenza che proprio un anno dopo il suo sacrificio Saddam Hussein, scrive che è pronto a sacrificare "l'anima e tutto quello che ho alla nostra nazione l'Iraq".

Adesso che alla famiglia sono stati consegnati i resti del suo corpo, adesso che è finita l'angoscia per moglie e figli, genitori e fratelli, di non avere una tomba su cui piangere, forse Enzo avrebbe trovato anche il modo di raccontare la sua storia in modo divertente.

Come quando in Colombia si è accorto che "le guerrigliere hanno perfino gli asciugamani a colori mimetici. Sono molto più difficili da individuare per gli elicotteri. Ma soprattutto si sporcano meno".

Oppure quando legge il suo oroscopo: "Bilancia. Nonostante le cose terribili che succedono quotidianamente nel paese, vagamente fugate da allegrie passeggere, lei pensa che la strada debba pacificarsi, e che la vita si convertirà, con il tempo, in una somma di allegrie..." E il commento incredibilmente vero: "Mischia, in questo paese nemmeno gli oroscopi riescono ad essere ottimisti".

È passato un anno dalla sua uccisione, un anno lungo per tutti. Un anno in cui costantemente l'immagine amica di un giornalista diverso l'abbiamo visto e rivisto tante volte in tv. Enzo ci ha sorriso come sempre. Merita una medaglia d'oro per quanto ha fatto, ha scritto, ha detto. Per come si è sacrificato. Anche se forse una medaglia d'oro è l'ultima cosa a cui avrebbe pensato.

Chissà quante altre cose avrebbe potuto fare. E chissà quanti elementi di riflessione ci avrebbe ancora dato.

Lui che amava quanto aveva scritto Fabrizio D'Andrè : "Io mi dico è stato meglio lasciarsi che non essersi mai incontrati". E su questo nessun dubbio, perché noi pensando ad Enzo rimaniamo qui ad aspettare "che le linee di congiunzione si congiungano".