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Giornalisti, che brutta razza
Tempi duri per i giornalisti. In tutto il mondo. È vero. Ma anche in Italia non si scherza. Per fortuna ci ha pensato Barack Obama che non vuole più rilasciare interviste alla televisione di Murdoch, perchè non è stata tenera nei suoi confronti. È l'ultimo caso dopo che il presidente francese Sarkozy si è arrabbiato perchè si occupano troppo del figliolo, proiettato verso la presidenza si una società pubblica, e dopo che anche il governatore della California Schwarznegger si è incavolato perchè hanno fatto vedere quei dannati fotografi non più i suoi muscoli ma un po' di cascamenti vari.
Da una parte c'è chi accusa i giornalisti di aver fatto diventare i politici delle vere stelle come quelle del cinema. E per questo motivo come le star i politici fanno i capricci, si arrabbiano, si sottraggono o si sovraespongono.
Dall'altra c'è chi invece ritiene che in Italia c'è un giornalismo disfattista. Questo lo ha sostenuto in una lettera al quotidiano La Stampa il ministro Frattini . Il giornalismo italiano è vittima di una sindrome peggiorativa di una malattia tipicamente italiana, quella di una visione oscura, opaca, complottista e dunque di negativa autorappresentazione della nostra storia.
Ha fatto bene Lucia Annunziata, rispondendo al Ministro, garbatamente a spiegare che i problemi con i giornalisti non li ha avuti soltanto il Presidente del Consiglio Berlusconi, ma anche Blair, Clinton e persino Prodi.
Si, proprio Blair in Inghilterra dove la notizia si separa dalle opinioni. Blair, che come ricorda la stessa Annunziata ha scritto in un suo memoriale una frase che rimarrà impressa: "se solo non ci fossero stati i giornalisti".
Sinceramente abbiamo paura di una pericolosa deriva: non è che deve per caso ritornare a dominare la propaganda?
Ma torniamo alla nostra "Italietta". Dialogo versus propaganda sono questi i due temi su quali incentra l'analisi per capire se e come la politica italiana possa aprirsi al vero dialogo e abbandonare la tentazione della "demagogia". Su questo confronto fra opposti termini si innesta la vera rivoluzione, il web e le nuove tecnologie ad esso collegate che stanno modificando il modo di relazionarsi, comunicare, di lavorare. Basti pensare alle più recenti ricerche che mostrano come i media tradizionali vengano sopravanzati dai nuovi media a dalle nuove forme ludiche ad essi collegate. Se la società attuale e la futura sono già digitalizzate la politica non può restare chiusa in antichi rituali e codici, deve aprirsi al dialogo, al confronto. Negli Stati Uniti i blog si stanno integrando come normale canale di comunicazione e confronto, tra queste le attività di lobbying in seno al Parlamento. Ma ancora di più la campagna per l'elezione del nuovo Presidente ci ha mostrato nella sfida delle primarie tutta la forza del web e il contributo irrinunciabile che ha dato in termini di capacità di coinvolgimento e sostegno alla raccolta fondi e discussione sulle scelte da compiere. Eppure il ruolo dei media e della televisione in particolare sono ancora oggi in Italia centrali rispetto al modo di intendere la politica. La necessità imperativa di apparire, porta i politici a privilegiare la ricerca della frase ad effetto piuttosto che quella dell'instaurare un dialogo sui contenuti. Gli slogan prevalgono. Eppure le parole come partecipazione, ascolto sono molto utilizzate ma raramente si declinano in azioni e strategia di comunicazione. Questo porta all'accentuarsi del fenomeno della disaffezione verso la politica, registrato con una flessione di partecipazione al voto anche durante le ultime politiche. È chiaro che una politica capace di usare solo il linguaggio degli slogan e non promuove azioni, comportamenti e soprattutto risposte concrete ai bisogni espressi e non, e non diventa modello di responsabilità sociale continua a diffondere disorientamento, ad accentuare l'individualismo e l'irresponsabilità come "disvalore" diffuso. E forse se la politica è così non è colpa dei giornalisti. Brutta razza è vero ma non artefice di tutti i mali dell'universo. Basta chiederlo a Blair , Clinton (marito e moglie) e persino a Obama.
Massimo Gramellini qualche giorno fa ha richiamato alcune parole di Borges: "la miglior democrazia è quella in cui i cittadini non conoscono il nome del presidente".
Ed invece le star della politica ogni giorno cercano di capire quale è il loro consenso...
Colpa dei giornalisti? Colpa di chi li ha votati? O è colpa della politica che non ama mettersi in discussione? Ed in questo non c'è destra e sinistra che tenga. Tutte le star create mediaticamente, anche da Facebook, oltre che da giornali e tv, amano essere acclamate e non criticate... persino dal duro Schwarzenegger che vuole mostrare i muscoli anche quando non si può....